Edward Knight



1.

C'è un posto per te,
su questa altalena,
al chiaro di luna.
Non dipingermi sulla pelle 
la vertigine dell'ignoranza, 
lo sai, di me 
tu solamente hai le chiavi.
Risparmiami l'apnea di un ritorno
atteso ad una finestra.
Che notte vi era per la luna di Debussy?
Se tendo la mano verso sud,
arriverai prima?
Per ora cammino, con le braccia cadenti
che accarezzano i capelli del grano,
le tegole dei tetti.
Il sangue restituirà al mattino 
il senso della realtà.

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2.

L'individualismo secolare
del figlio di puttana medio
si accompagna all'eco
dei tuoi silenzi
che, rimbalzando negli sguardi,
inquadrano la forma
del tuo vuoto.

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3.

Un vagone arrugginito
giace lungo la strada di ferro amaro
(persa è ormai la sua nostalgia!)
che mi conduce al ricordo.
Vorrei sapere quale altra azione
mi renderà sporco
mentre il mio vento veloce
a senso unico
lambisce campi d'oro 
e cimiteri rancorosi.

Le limpide primavere
sono state abortite
da questo ventre 
infettato dalla tua volontà
di parole più azzurre
e finte delle mie.

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4.

Al settimo piano c'è una stanza
sospesa nel vuoto
(luce nella notte).
E ho già nostalgia 
del tempo che ancora non c'è.

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5.

Chi sei,
venere alcolica
che appari,
miraggio notturno,
sulle ossa delle antenne
come nero corvo,
per poi scomparire
tra i neon
di cattedrali prostituite?

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6.

Quando si celarono gli appennini
giunsi a te.

"il blu mi fa paura"
mi dicesti.

"Non temere - risposi-. Pensa
a Van Gogh in ginocchio
in un campo di grano
che ingoia la notte".

E furono solo
labbra.


Per ogni notte
c'è un Van Gogh 
che ingoia le stelle
inginocchiato sul grano.

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7.

Ho il bisogno
di una fretta costante
che anestetizzi 
le redini del controllo
per assaporare
(quasi istinto animalesco!)
il sapore di ogni gesto, 
parola, emozione
inevitabilmente in fuga.

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8.

Sigaretta aspirata fino al midollo:
sto qui con le braghe calate,
a novanta,
ad accogliere i ricordi
che mi fanno tremare le ginocchia 
fino all'ultimo sorso.

Quella voce ormai dimenticata
diventa un valzer
per un dolore 
che inaspettato riemerge e danza
tra le vertebre.

Il vaffanculo che non ti ho mai detto,
per speranza o illusione,
lo puoi leggerre tra le nuove le righe.

In un sogno numero cinquanta
sei il 'vostro onore'
che non riesco a perdonare. 


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9.

Proteggo tesori
che questi cieli artificiali
mi insegnano ad apprezzare,
sotto un lampione
che illumina carezze
che l'alba imminente negherà,
abbracciandomi - lei sì!-,
con la foschia che la accompagna,
la foschia che tutto appanna.

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10.

Questa luce
e le tue mani a sfogliarla.
Con la testa sdraiata sul tuo petto
(il tuo cuore come batteva!)
mi insegnasti a contar le foglie d'erba,
la solitudine dei tramonti,
i segreti blu delle colline di notte.

Ballavamo sui muri
per non contraddirci,
ci abbagliavamo di Bellezza
per non doverci mostrare.

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11.

Il tuo sorriso è cosciente
delle promesse che non può mantenere
a mani cieche, come le mie.
Vesto il tuo accento
dalle cadenze andaluse,
ma una brezza lieve sulla pelle
suggerisce un'assenza imminente.

(Quando lei se ne andò
lui dal petto si strappò il cuore.
Andò al fiume e si lasciò cadere
col cuore legato al collo..
questo come pietra lo annegò).

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12.

Domenica informe.
Cerco lo scorrere del tempo
sull'orologio, ma la sua verità
è ben diversa dalla mia.
Per ritrovarmi
mi specchio in occhi altrui, 
ma questi, per sincerità o scherno,
sembrano ignorarmi
(pendo dai loro occhi).
Riemerge solo una nostalgia feroce
che avevo sotterrato
nel mio museo chimerico
dei volti.

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