I canti di Venere
I
Dipingi ora gli astri,
in menzione continua
nei sensi del cosmo, e d'altri
saran solo ricordi, e piuma.
Rendi al cieco il suo dono,
svolta i templi di cielo
e conduci i relitti ai richiami
dei mari lontani; dal molo
più caustico d'erbe detergi
i pianti degli scultori e stoni,
in libertà vendicativa, i suoni.
II
Dai pianiforti detonanti,
t'innalzi plausibile
al sorger di luna ed eleganti,
saranno i cimeli d'Aprile
a farsi spoglie e morirti.
Dimmi ora, in che fila siedi
e di che ti pone il mondo?
Striati i nuvoli d'alti piedi
e finti passati e futuri di sfondo.
Hanno pianto i boschi, i drudi
i giardini inglesi, gli arredi.
III
Di te, crolla al tuo parlar
il mondo la musica, l'onor
d'esserti in vista al blu color.
Di quando a stelle in origami;
il vento lepido le pulisce,
or dannosi e fecondi tuoni
di passione fruita che non rincresce.
Pupilla infinita, ch'alza
e mai dimentica, gli uni e i versi,
i principi e i pittori e calza,
l'alato sostento dei poeti spersi.
IV
Di terre battute, al piano
di verde ricamo, di fin bella
di coalizione sfumata al tempo,
di stupendo ritorno alabastrino,
costruir di esistenza, brilla
il tuo sorriso smeriglio lampo!
E a dirci dei costumi di tue vesti,
prolungate e infinite nei canti,
di ricamo sottile, del tuo volto
sperto all'ossigeno d'un bacio.
L'incastro fine tra il ricordo e il pianto.
V
Di tutti i convogli di rose,
in sosta alle ridenti pose,
in veste pura d'alto scambio,
un tuo parlar dolce d'intendo,
sul verso cullante dell'onda
senza denigrar compendio,
quel che le tue mani, trattengo.
In questo canto d'astri feconda
la stella d'eterni, e sbanda
col mondo in groppa ad Atlante,
il più filato del sorris lietante.
VI
A te mirabil forma tenzosa,
da rimetterci bocca e anima focosa,
in triparte al canto d'Italia,
cospargo i terreni di tuoi fumi,
sì profondi e docenti in balia
ai tuoi bendati sensi, ai primi.
A te Venere colma d'amanti,
fior di mare, profumo del sole
d'incanto fine e secolare a istanti
sul finire delle pianure, a mole
di cristallo limpido allo stivale.
VII
Di furor di Patria a sensazion d'umore,
non stride e non fligge all'arteria,
del cor vispo, il silenzio dell'ignorare,
in canto alla giustizia, denuncio l'aria
torda memoria dormiente, del valore.
Il mondo s'inchina sui miei versi,
del punto infermo d'ogne imperato,
ho spento e mai dimenticato,
il rispetto per ogni sconfitto, negli scorsi
languidi ambienti patroni, del mio passato.
Il cielo si terge candito dei fiati poetici...
VIII
in coro alla primificazione, agli spicci
sensi dell'amor fati, nei pagliericci
che venner focolari e incendi ricci:
or veggo latente in sogno vivente,
decapito il sindacato del nulla, e credente
di viltà dovuta, al genio dei dolori,
ne farei dell'Italia nota un mazzo di fiori.
A te tutto si pone come candore,
da fuliggin ad artista ad attore,
al violinista intatto nel suo talento
di sviscero disio, d'industrio canto.
VIX
Di Pavia il senso di scendenza,
al fausto sentiero di parvenza,
non tramando il germe del dolo
in colmo richiamo, e d'un monte
aspro e redente ne feci cima
per dichiaro alla rima, prima
d'ogni alba nuova, in veste patrona.
Denuncio le Italie, i terri persi,
i fuochi gli astri bui, i sensi
della lontana guerra che il ciel sprona.
Nei tuoi stretti segreti, in chioma.
X
E filar d'introspezione, nei poteri
della sfilata immacolata dei sieri,
invoco ciel terra e venti marini,
di cui nessun è filato il giusto,
a te che nessun sfioro ti deve
in fin di ravvista austerità,
del tuo bell'essere di primi
sensi del modo, chi sfida in torto
alla poesia al tuo porgersi deve.
Chi osa al tuo splender volersi morto,
su l'arpe del mondo mi doni il canto.
XI
E de li mondi serrati, colmasti plenezza
di fin di sfondo t'innarchi rossa e vana,
su questo filar di rete, di venusta istoria,
correggi in fil dono la contrada che svezza,
in miriadi di sbagli che commetti, sana
senza saperne dell'invincibil credo; Patria
che culli in note arzille, le sue pupille
il fondo ancestrale di stelle in stelle:
"A te che rendi nota l'iniezione d'amore,
in danze madrigali di poemi saturnali,
ch'immondo sarebbe non farti ascoltare."
XII
Nell'incolume bagnato spiro d'anime,
si feconda il senso dei costretti fuochi,
e dall'acerbo pensiero che tali me,
mi fanno sicuro del Cupido gioco:
di cui ne l'io e ne il tu, son pochi.
O fionda capiente che volta le piane,
tribrilla il canto della scintilla e spreco,
il senso nervoso della calunnia,
in fin, di parola che fa concordia
al primato consenso naturoso e piumato.
Di te che il grembo del tempo ha donato.
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